Pechino, 1978. Mao è morto da due anni. Fiumane di biciclette, silenziose e ordinate, scorrono lungo i viali di una città che respira con i polmoni di un’altra epoca. Le poche automobili che si vedono appartengono agli uomini dell’esercito, o a qualche funzionario di partito. Davanti a un dàpáidàng, alcune persone fanno la fila per mangiare. Tra loro spicca per eleganza un giovane italiano. Indossa un abito scuro e scarpe nere lucidissime. Nella mano sinistra stringe una ventiquattrore, nella destra una macchina fotografica. Avvicina l’obiettivo agli occhi. Conserverà quello scatto, insieme a centinaia d’altri, per tutta la vita.
La storia ha inizio nel 1976. Luigi Tomasi — per molti, ma non per tutti, semplicemente Gigi — è un ingegnere chimico di appena trent’anni, vive a Treviso e lavora come insegnante all’Istituto Minerario di Agordo, una piccola città incastonata nelle Dolomiti bellunesi. Una mattina di aprile, poco prima di uscire per andare all’Istituto, riceve una chiamata da Paolo Giammarco, ragazzo mite e brillante conosciuto tra i banchi dell’Università di Padova con cui Gigi ha stretto una buona amicizia. Il padre di Paolo, Giuseppe, nel 1955 aveva fondato a Venezia una piccola azienda specializzata nella rimozione della CO₂ dai gas utilizzati per produrre l’ammoniaca, composto chimico impiegato nell’industria dei fertilizzanti, su cui si regge buona parte dell’agricoltura mondiale. E, conclude Paolo prima di riagganciare, sta cercando un nuovo ingegnere.
Per capire il peso di quella telefonata dobbiamo fare un passo indietro. Le origini di Giammarco-Vetrocoke risalgono al 1924, quando il Senatore Giovanni Agnelli, al comando della Fiat, orchestra la fusione di una vetreria e una cokeria da cui nasce Vetrocoke. Nel 1937, la maggiore disponibilità di gas porta alla fondazione di Vetrocoke Azotati, e, due anni dopo, Giuseppe Giammarco viene nominato direttore. Il core business di Vetrocoke Azotati consiste nella produzione di ammoniaca sintetica, un composto intermedio cruciale per produrre i fertilizzanti a base di azoto. Ma sono gli anni della guerra, e le bombe non risparmiano gli impianti industriali di Porto Marghera. Al termine del conflitto, Giammarco si ritrova fra le mani una fabbrica da ricostruire quasi da zero. Tuttavia, è proprio in questo periodo che una scoperta cambierà tutto: il direttore di Vetrocoke Azotati intuisce che esistono alcune sostanze, note come attivatori, le cui proprietà permettono di migliorare in modo significativo l’assorbimento e la rimozione dell’anidride carbonica dalla miscela di gas con cui viene prodotta l’ammoniaca. Nel 1955 Giuseppe Giammarco si mette in proprio e brevetta quella tecnologia: nasce Giammarco-Vetrocoke (GV).
Luigi non se lo fa ripetere due volte. Nell’aprile del ’76 lascia la cattedra e accetta l’offerta dell’amico Paolo. L’azienda è piccola, quattro ingegneri si spartiscono un ufficio angusto, ma il potenziale di crescita è enorme. E infatti bastano poche settimane perché Gigi comprenda che la tecnologia, da sola, non basta. Se si vogliono fare le cose in grande, bisogna vendere anche l’ingegneria, cioè la capacità di progettare ogni componente dell’impianto, di tradurre un processo in tubi, valvole, scambiatori di calore, ecc.
L’intuizione si rivela corretta, e l’anno successivo l’ingegner Tomasi è già in Francia per il primo avviamento di un impianto di cattura della CO₂. In men che non si dica tocca alla Spagna, poi al resto dell’Europa, alla Cina, all’India. Viaggiare per lavoro negli anni Settanta e Ottanta è qualcosa di radicalmente diverso da oggi: niente telefono cellulare o navigatore satellitare, niente posta elettronica. Le comunicazioni con l’ufficio in Italia passano attraverso il telex, nastri forati che portano messaggi lenti e spesso incompleti, e bisognerà attendere i primi fax per uno scambio più “agile”. Sul cantiere la situazione non è da meno. I problemi si affrontano con quello che si ha, e in genere si ha molto poco. A volte bisogna aspettare ore, persino giorni prima che qualcuno, dall’altra parte del mondo, dica agli ingegneri che cosa devono fare.


Spesso Gigi si ritrova a viaggiare da solo, ma sono proprio queste trasferte in solitaria che ricorda più volentieri. Racconta ancora, con la precisione dei grandi narratori, di un autista indiano, incaricato di accompagnarlo in un impianto, che ogni dieci chilometri fermava l’auto sul ciglio della strada, abbassava il finestrino e domandava indicazioni ai passanti. Una volta, due, tre. Alla quarta, Gigi chiede spiegazioni. L’autista non è in grado di leggere i cartelli stradali, e in India, dove ogni regione ha il proprio alfabeto e ogni banconota riporta il proprio valore scritto in quindici sistemi di scrittura differenti, questa non è necessariamente un’eccezione. Per tutta risposta, Gigi fa quello che chiunque lo conosca non avrebbe problemi a immaginare: impara l’indiano. Quanto basta per essere in grado di leggere i cartelli ad alta voce e indicare all’autista dove svoltare.
L’India, del resto, non era stata una sua scelta. Il 3 dicembre 1984, a Bhopal, la cosiddetta Città dei 7 laghi, una valvola difettosa in un impianto chimico della Union Carbide aveva lasciato fuoriuscire quaranta tonnellate di gas tossico nel cuore della notte. Migliaia di persone — secondo le stime più caute, ma verosimilmente molte di più — erano morte nelle ore immediatamente successive. È uno dei peggiori disastri industriali della storia del Novecento, le cui conseguenze si sono propagate ben oltre la città. Presto, la Union Carbide interrompe ogni rapporto con la propria sussidiaria indiana, quella che, si dà il caso, produceva impianti in diretta concorrenza con Giammarco-Vetrocoke. Si apre così un concorso tra i principali licenziatari di processo per trovare una tecnologia alternativa che possa sostituirla. Tra i concorrenti c’è anche la BASF, il colosso chimico tedesco, più che mai determinata a prendersi quella fetta di mercato. Ma, per farla breve, tra Golia e Davide alla fine la spunta quest’ultimo. Nei dieci anni successivi, Giammarco-Vetrocoke realizza in India circa venti impianti di grandi dimensioni, costruendo una presenza che dura ancora oggi. E insomma, dal disastro di Bhopal si è aperta una nuova strada, e sarà proprio Gigi a percorrerla innumerevoli volte nei decenni a venire, soggiornando abitualmente in quei luoghi, studiando alfabeti sconosciuti persino agli stessi indiani, facendo la spola tra due paesi finché quegli impianti non diventeranno così familiari da sembrare, in qualche modo, casa.



Gli anni passano, Giammarco-Vetrocoke è ora leader mondiale nella cattura della CO₂ dai gas industriali, e Luigi Tomasi è riconosciuto, in Italia e all’estero, come una tra le più importanti figure nell’industria dell’ammoniaca. Poi, accade qualcosa di inaspettato. Paolo Giammarco, che nel frattempo aveva sostituito il padre Giuseppe al timone dell’azienda, scompare prematuramente nel 2004. Per Gigi è un colpo duro, durissimo. È la fine, brusca, di un sodalizio durato quasi trent’anni.
Quando parla di quel momento, Gigi ricorda di essersi sentito un «po’ perso». Lo dice con quella sobrietà che è la sua firma, senza romanticizzare il lutto, senza ricorrere a una retorica che non gli appartiene. Ma gli occhi lucidi tradiscono una certa emozione. Paolo era l’amico, il collega, il punto di riferimento lavorativo e umano. Quando viene a mancare, viene a mancare tutto insieme. E il vuoto che lascia non è soltanto personale, ma strutturale.
Per diciassette anni, il nome Giammarco resta sulla carta intestata anche se nessun membro della famiglia è fisicamente presente in azienda. Gigi rimane il custode dell’ingegneria, continua a studiare, a progettare, finché quel cognome non torna a varcare la soglia dell’ufficio. Quando Giuseppe Giammarco, figlio di Paolo, entra in azienda nel 2021, lo fa in punta di piedi: un gesto di profondo rispetto verso chi, per oltre quarant’anni, quel patrimonio tecnico che lui si appresta a ereditare ha contribuito a crearlo e farlo crescere.
Il lavoro di una vita di Gigi è la base tecnica indispensabile su cui Giuseppe sta costruendo presente e futuro dell’azienda. Se per mezzo secolo il cuore dell’attività è stato unicamente l’ammoniaca, adesso l’orizzonte si è allargato a nuovi comparti industriali. Oggi Giammarco Technologies — nel 2025 si è scelto un nome che guarda più esplicitamente al domani — cattura oltre quarantaquattro milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, conta più di quattrocento installazioni nel mondo e accordi commerciali e tecnologici con svariati colossi industriali. Il futuro che si apre davanti non è quello di un’impresa inerte che si glorifica del proprio passato, ma di una realtà al centro esatto della transizione energetica che il mondo sta cercando di compiere. Del cambiamento climatico, Gigi ne parla con la curiosità instancabile di chi non ha mai smesso di trovare le cose interessanti. La stessa curiosità con cui legge Rovelli e studia la fisica quantistica. La stessa curiosità con cui, a trentacinque anni, aveva fotografato le biciclette di Pechino, intuendo di trovarsi al cospetto di un mondo in via di estinzione.
Sulla scrivania dell’ufficio affacciato sullo skyline di Venezia, Gigi conserva ancora l’astuccio di pelle con il suo regolo calcolatore. È un righello a scorrimento, spiega, dove moltiplicazioni e radici quadrate si leggono allineando tacche e cursori. È con quello strumento — e molta pazienza — che è stata progettata tutta l’industria mondiale fino agli anni Settanta: raffinerie, impianti petrolchimici, fabbriche da centinaia di milioni di dollari, tutto calcolato su un listello non più lungo di trenta centimetri. Gigi conserva gelosamente il suo. Dice di non usarlo più. Forse è vero. Ma c’è qualcosa, nel mostrare con orgoglio uno strumento totalmente inutile, che dice tutto di un uomo capace di andare avanti senza dimenticare da dove viene. Il regolo calcolatore non è nostalgia. È la misura esatta di quanto lontano si può arrivare partendo da un pezzo di legno, un brevetto, e la telefonata di un amico.
Fotografie di Umberto Ferrero
Testi di Gabriele Olivo
© Giammarco Technologies





