Nelle ultime settimane sono circolate voci su una possibile sospensione dei dazi su urea e ammoniaca, accompagnate da segnali di un potenziale allentamento del CBAM da parte della Commissione europea. Se queste indiscrezioni trovassero conferma, le implicazioni andrebbero ben oltre il settore chimico e toccherebbero il cuore della strategia europea di sostenibilità industriale.
Cos’è il CBAM e perché è stato introdotto
Il Carbon Border Adjustment Mechanism è entrato in vigore (in fase transitoria) nel 2023 con un obiettivo preciso: impedire che chi inquina di più possa competere in condizioni di vantaggio, garantendo che i prodotti fabbricati in contesti con standard ambientali più bassi non accedano al mercato europeo senza pagare il costo delle proprie emissioni di CO₂.
In sostanza, il meccanismo obbliga gli esportatori verso l’Europa ad acquistare certificati corrispondenti al prezzo del carbonio già sostenuto dalle imprese europee soggette all’ETS. Attenzione quindi a non confondere la CBAM con una politica protezionista: il suo obiettivo è quello di livellare il campo di gioco su una variabile, il costo delle emissioni, che altrimenti penalizzerebbe sistematicamente chi ha investito in efficienza e decarbonizzazione.
Mettere in discussione questo principio significa indebolire uno dei pochi strumenti capaci di collegare direttamente sostenibilità e mercato. Se i costi ambientali non vengono internalizzati anche per le importazioni, il risultato è una distorsione competitiva che punisce chi investe in processi più efficienti e tecnologie a basse emissioni. Ovvero l’esatto opposto di ciò che dovrebbe perseguire una politica industriale orientata alla transizione.
Il caso dell’ammoniaca
Il settore dell’ammoniaca è emblematico, e non a caso è finito al centro di questa discussione. Si tratta di una filiera strategica alla base di numerose applicazioni industriali e agricole, ma anche uno dei comparti più esposti alle sfide legate alle emissioni.
La produzione di ammoniaca è tradizionalmente energy-intensive e carbon-intensive. Il processo Haber-Bosch, che ne è alla base, richiede idrogeno prodotto quasi interamente da gas naturale, con emissioni di CO₂ significative per ogni tonnellata di prodotto. L’industria europea opera già in un contesto di normativa ambientale stringente e costi del carbonio elevati, e sta affrontando investimenti considerevoli per sviluppare percorsi alternativi.
Se il CBAM venisse allentato, o peggio ancora sospeso, il rischio è che prodotti ad alta intensità di carbonio provenienti da paesi terzi entrino nel mercato europeo a prezzi significativamente inferiori, senza scontare il costo delle emissioni generate nella loro produzione. Per i produttori europei, che quei costi li pagano già, si tratterebbe di una penalizzazione diretta e immediata.




Una questione strutturale, non solo economica
Il punto non riguarda soltanto la competitività delle aziende nel breve periodo: se si sospende la CBAM, che fine fa la coerenza della strategia industriale europea nel medio-lungo termine?
L’Europa ha dichiarato di voler guidare la transizione energetica e industriale. Negli ultimi anni ha varato il Green Deal, il Net-Zero Industry Act, l’Hydrogen Strategy, ha costruito un sistema di carbon pricing tra i più articolati al mondo e chiesto alle imprese di adattarsi, di investire, di modificare processi e infrastrutture in funzione di obiettivi climatici vincolanti.
E il CBAM è uno dei suoi pilastri di questa politica. Serve a garantire che gli sforzi richiesti internamente non si traducano in un vantaggio competitivo per chi, fuori dai confini europei, non è soggetto agli stessi vincoli.
Indebolirlo oggi significa mandare un segnale contraddittorio proprio nel momento in cui le imprese europee stanno prendendo decisioni di investimento pluriennali sulla base di quei vincoli.
Se le aspettative sul CBAM vengono ridimensionate, gli incentivi a investire in ammoniaca a basse emissioni, processi più efficienti e tecnologie di decarbonizzazione si indeboliscono di conseguenza. Gli investitori industriali ragionano su orizzonti di dieci, quindici, vent’anni. Una modifica regolatoria percepita come segnale di instabilità può bloccare o ritardare decisioni che, una volta rinviate, difficilmente vengono recuperate nei tempi che la transizione richiede.
Le pressioni politiche e il rischio di cortocircuito
È utile infine contestualizzare da dove vengono le pressioni per un allentamento del CBAM. Parte di esse arriva dal settore agricolo, che lamenta l’aumento dei costi dei fertilizzanti azotati, a loro volta legati al prezzo dell’ammoniaca. Parte arriva da alcune industrie che vedono nel meccanismo un ostacolo alla competitività internazionale, in particolare nei confronti di produttori asiatici e mediorientali che operano con costi energetici e ambientali decisamente più bassi.
Queste preoccupazioni sono legittime e meritano risposte specifiche. Ma la risposta non può essere l’abbandono o l’indebolimento di uno strumento di transizione energetica, pena un pericoloso cortocircuito: usare le difficoltà economiche di breve periodo per smantellare un meccanismo costruito proprio per affrontare le distorsioni di lungo periodo.
Esistono infatti alternative per sostenere i settori più esposti che non richiedono di sacrificare la coerenza del quadro regolatorio complessivo. La discussione dovrebbe spostarsi su questi strumenti, non sul CBAM, entrato nella sua fase operativa da poco più di un anno e la cui applicazione piena è prevista solo dal 2026. Valutarne l’impatto in questa fase, usando le turbolenze del periodo come argomento per una revisione al ribasso, significa giudicarlo prima che abbia potuto dispiegare i suoi effetti.
L’Europa ha costruito negli ultimi anni un’architettura regolatoria per la transizione industriale che non ha equivalenti nel mondo. Il CBAM ne è un elemento fondativo. Metterlo in discussione ora, sotto pressione di interessi settoriali o di dinamiche politiche di breve termine, significherebbe inviare un segnale di fragilità agli investitori, ai partner commerciali e alle proprie imprese nel momento peggiore possibile.
Ogni strumento può essere migliorato. Ma la direzione del cambiamento conta quanto il cambiamento stesso. E indebolire il CBAM, più che una correzione di rotta, è un gigantesco passo indietro.





