Il caso danese
In Danimarca, il governo aveva varato uno schema di incentivazione particolarmente ambizioso per il CCS, selezionando dieci progetti destinatari di sussidi pubblici. L’obiettivo era trasformare il paese in un hub europeo per la cattura e lo stoccaggio di CO₂, capitalizzando sia sulla presenza di infrastrutture offshore che su una tradizione industriale legata all’energia. Il segnale politico era chiaro: il CCS come pilastro della transizione climatica danese.
Eppure, otto dei dieci progetti selezionati si sono ritirati. La motivazione comune riguarda le incertezze finanziarie significative lungo l’intera catena del valore della decarbonizzazione e, di conseguenza, l’impossibilità di costruire un caso d’investimento solido su incentivi percepiti come fragili e politicamente instabili.
Il caso svedese
Poche settimane dopo, il Comune di Växjö, in Svezia, ha annunciato la sospensione del percorso Bio-CCS presso l’impianto a biomassa di Sandviksverket. Il progetto era particolarmente rilevante, poiché la cattura di CO₂ biogenica da un impianto di teleriscaldamento avrebbe potuto contribuire alle emissioni negative, un elemento sempre più discusso nei percorsi verso la neutralità climatica.
Le ragioni della pausa rispecchiano quasi perfettamente quelle danesi. Rischi economici elevati, incertezza sui meccanismi di supporto, condizioni di mercato ancora non mature per giustificare una decisione finale di investimento. La tecnologia era disponibile, e la volontà politica, almeno dichiarata, anche. Ma il contesto regolatorio e finanziario non ha retto al momento della verità.
Una sfida che non è più tecnologica
Questi due casi non vanno letti come semplici battute d’arresto, bensì come segnali diagnostici. Il CCS è identificato da più parti come tecnologia essenziale per raggiungere la neutralità climatica – si pensi ai report annuali dell’IPCC, ai piani industriali europei o alle singole strategie nazionali. Eppure la distanza tra l’affermazione strategica e la realizzazione industriale rimane enorme.
La domanda che questi casi impongono è: perché? Esistono impianti CCS operativi, esistono competenze ingegneristiche consolidate e catene di fornitura in costruzione. Il punto critico, oggi, è la struttura degli incentivi, la loro stabilità, e la capacità di sostenere orizzonti temporali di investimento che nel settore industriale pesante raramente sono inferiori ai dieci-quindici anni.
Il problema degli orizzonti temporali
Uno degli aspetti più trascurati nel dibattito pubblico sul CCS è infatti la discrasia temporale tra i cicli politici e i cicli di investimento industriale. Un governo può varare un programma di incentivazione, selezionare progetti, comunicare obiettivi ambiziosi e, nel giro di una legislatura, modificare le condizioni, rivedere i livelli di supporto, o semplicemente non rinnovare i meccanismi in scadenza.
Per un investitore industriale o finanziario, questa volatilità è spesso insuperabile. I progetti CCS richiedono capitali ingenti nelle fasi iniziali – in ordine sparso: studi di fattibilità, ingegneria di dettaglio, sviluppo delle infrastrutture di trasporto e stoccaggio – con ritorni distribuiti su decenni. Se il quadro regolatorio è percepito come intermittente o politicamente instabile, il risk-adjusted return del progetto semplicemente non regge al confronto con allocazioni alternative di capitale.
Questo non è un fallimento del mercato nel senso classico del termine. Il fallimento, semmai, riguarda politiche pubbliche, con la loro l’incapacità di creare strumenti di supporto sufficientemente duraturi e credibili da modificare strutturalmente il calcolo economico degli investitori privati.
Il ruolo della catena del valore
Un secondo elemento strutturale emerge dai casi danese e svedese: la fragilità non riguarda solo il singolo progetto ma l’intera catena del valore. Catturare CO₂ è il primo passo. Bisogna poi trasportarla, attraverso pipeline o navi, fino a siti di stoccaggio geologico, e in seguito iniettarla nel sottosuolo e monitorarla nel lungo periodo. Esiste a oggi un meccanismo che remuneri questa attività in modo stabile?
In Europa, questa infrastruttura è ancora largamente da costruire. Alcuni hub regionali sono in sviluppo nel Mare del Nord, in Norvegia con il progetto Northern Lights e in alcune aree del Baltico. Ma la copertura è frammentata, e la disponibilità di capacità di trasporto e stoccaggio a costi accessibili rimane una variabile critica per molti progetti.
Quando un emettitore industriale valuta un investimento in CCS, valuta l’intero stack di costi e rischi lungo la filiera, non solo il costo di cattura della CO₂. Se uno qualsiasi degli anelli traballa, dal prezzo del trasporto, alla disponibilità di capacità di stoccaggio, alla remunerazione della CO₂ stoccata, l’intero castello rischia di crollare.
Implicazioni per la politica europea
L’Unione Europea ha incluso il CCS tra le tecnologie strategiche nel contesto del Net-Zero Industry Act e ha fissato obiettivi di capacità di stoccaggio al 2030. Questi obiettivi, però, rischiano di rimanere su carta se non sono accompagnati da strumenti che riducano il rischio percepito dagli investitori.
Alcune direzioni sembrano necessarie. Prima di tutto, la stabilità e la longevità dei meccanismi di supporto: schemi pluridecennali, con revisioni programmate ma non arbitrarie, che diano certezza sugli orizzonti di remunerazione. In secondo luogo, strumenti di de-risking specifici, a cominciare dalle garanzie pubbliche, in grado di abbassare il costo del capitale per i progetti pionieristici.
Infine, e forse più urgentemente, un investimento pubblico diretto nelle infrastrutture condivise di trasporto e stoccaggio. Come è avvenuto per le reti elettriche o per le infrastrutture del gas, alcune componenti della filiera CCS difficilmente saranno sviluppate da attori privati in assenza di una spalla pubblica.
Dato il suo ruolo da protagonista nella transizione energetica industriale, il CCS non rimarrà per sempre in questa condizione liminale tra promessa e implementazione. Ma la velocità con cui uscirà da questa fase dipende in misura determinante da scelte regolatorie e finanziarie che verranno prese, o non verranno prese, nei prossimi anni. Ogni progetto che si ritira è un segnale che il sistema non ha ancora trovato l’equilibrio necessario. Ignorare questi segnali sarebbe un errore costoso.





